LENS #05 — Shape Ideas

La qualità del costruito: una responsabilità culturale prima ancora che tecnica

Susanna Tradati riflette sul valore culturale della qualità del costruito, a partire dal confronto promosso da Fondazione Teicos.

di Susanna Tradati Co-Founder, Nemesi Architects

L’8 luglio a Roma ho avuto il piacere di partecipare al convegno dedicato alla Qualità del Costruito, un’occasione di confronto che ha riunito progettisti, imprese, operatori immobiliari e rappresentanti delle istituzioni attorno a un tema destinato a diventare sempre più centrale per il futuro delle nostre città.

Dal dibattito è emersa con chiarezza una consapevolezza condivisa: la qualità non può più essere interpretata come la semplice somma di prestazioni tecniche, innovazioni tecnologiche o certificazioni ambientali. È piuttosto il risultato di un processo complesso, nel quale competenze, responsabilità e visione devono convergere verso un obiettivo comune.

È proprio sul tema del processo che, a mio avviso, si gioca oggi la sfida più importante.

L’innovazione viene spesso identificata con ciò che appare: nuovi materiali, sistemi costruttivi evoluti, digitalizzazione, intelligenza artificiale, BIM o digital twin. Tutto questo è fondamentale. Ma esiste un’innovazione meno evidente, e forse ancora più decisiva, che riguarda il modo stesso in cui concepiamo il progetto, organizziamo la filiera e assumiamo le decisioni.

Restituire centralità alla progettazione significa riportare il progetto nel luogo che gli appartiene: all’origine del processo decisionale. Significa coinvolgere il progettista già nelle fasi di prefattibilità, quando si definiscono il brief, gli obiettivi, il quadro economico e la sostenibilità complessiva dell’intervento. Significa riconoscere che la qualità nasce molto prima dell’apertura del cantiere.

Cantiere | Padiglione Italia Expo Milano 2015 ©nemesiarchitects ©luigifilliteiciimages

Questa centralità implica anche una diversa concezione della responsabilità professionale. Il compito del progettista non si esaurisce nella consegna degli elaborati, ma consiste nell’accompagnare l’intero processo, contribuendo a costruire valore lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. La qualità di un edificio dovrebbe poter essere valutata anche dopo due, dieci o vent’anni, osservandone la capacità di adattarsi ai cambiamenti, la facilità di manutenzione, la soddisfazione degli utenti, la permanenza delle sue prestazioni e l’impatto che genera sul contesto urbano.

Questa prospettiva richiede inevitabilmente una filiera più matura.

Cantiere | Padiglione Italia Expo Milano 2015 ©nemesiarchitects ©luigifilliteiciimages

Committenti, progettisti, imprese e pubbliche amministrazioni non possono più essere interpreti di interessi paralleli, ma devono riconoscersi come parte di un medesimo processo di costruzione del valore.

Una filiera realmente collaborativa è quella nella quale il confronto avviene fin dalle prime fasi, la competenza viene riconosciuta come un patrimonio condiviso e la qualità rappresenta un obiettivo comune, non un costo da comprimere.

In questo senso, ritengo che anche la Pubblica Amministrazione sia chiamata a una profonda evoluzione culturale. Gli importanti investimenti oggi destinati alla digitalizzazione, al BIM e agli strumenti di gestione rappresentano un passaggio fondamentale, ma richiedono parallelamente una crescita delle competenze e della capacità di governare processi sempre più articolati. La tecnologia, infatti, produce valore soltanto quando diventa conoscenza.

Esiste infine una riflessione che considero decisiva.

L’architettura non produce soltanto edifici. Produce contesti, relazioni, identità. Ogni intervento modifica il paesaggio fisico e quello culturale; contribuisce a ridefinire il valore di un quartiere, la qualità dello spazio pubblico, il rapporto tra le persone e i luoghi che abitano.

Per questa ragione continuo a ritenere che l’architettura debba essere considerata una vera infrastruttura culturale.

Così come le infrastrutture materiali rendono possibile la vita economica e sociale di un territorio, l’architettura costruisce le condizioni culturali attraverso cui una comunità si riconosce, evolve e immagina il proprio futuro. Parlare di qualità del costruito significa quindi interrogarsi non soltanto su come costruiamo, ma soprattutto su quale idea di società desideriamo costruire.

La sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente realizzare edifici più efficienti. Sarà costruire una filiera capace di condividere responsabilità, sviluppare una visione di lungo periodo e misurare il valore delle trasformazioni non solo al momento della consegna, ma nel tempo lungo della vita delle città.

È in questa prospettiva che la qualità del costruito può diventare uno dei principali strumenti di innovazione culturale del nostro Paese.


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