LENS #06 — Shape Cities
Cambiare il modo di guardare Roma.
Un recente editoriale di Reuters sceglie Corviale per interrogarsi sul possibile futuro di Roma.
Susanna Tradati ha raccolto quella suggestione per provare a spingerla oltre: forse, prima ancora di cambiare Roma, dobbiamo cambiare il modo in cui la guardiamo.
di Susanna Tradati Co-Founder, Nemesi Architects
IL VOLO DEL GABBIANO
Immaginate di essere un gabbiano che sorvola Roma.
Decollate da un pino che guarda il Colosseo. L’aria calda vi solleva sopra le cupole, il Tevere, i tetti color ocra, sotto di voi scorre la città storica: palazzi, piazze, campanili e terrazze compongono uno dei paesaggi urbani più riconoscibili al mondo. Seguite l’ansa del Tevere e continuate verso sud-ovest, poco alla volta Roma cambia forma.
Il tessuto compatto si dirada, gli isolati si aprono, il verde riappare. Ville, filari di pini, campi coltivati e grandi prati si alternano a infrastrutture, quartieri moderni, insediamenti sparsi; la campagna entra nella città, la città ritorna nella campagna.
Poi, improvvisamente, compare una linea. Non un ponte, non una strada, una linea bianca nel verde; quasi un chilometro di edificio attraversa il paesaggio come un acquedotto contemporaneo. Centinaia di finestre ripetute, ballatoi, rampe, cortili, vuoti.
Da lassù non sapete ancora che quello è Corviale: vedete soltanto una forma gigantesca, apparentemente estranea a ciò che la circonda e, allo stesso tempo, profondamente romana.
Vi posate su un lampione della piazza e osservate.
CORVIALE OLTRE CORVIALE
È significativo che nel suo editoriale di fine luglio Reuters abbia scelto Corviale per interrogarsi sul futuro di Roma. Il suo racconto si sposta dalla città consolidata verso un luogo da sempre identificato con la periferia, il disagio, l’incompiutezza, per chiedersi: può Corviale diventare un laboratorio della trasformazione urbana di Roma? Gli interventi realizzati negli ultimi anni ed il PNRR in particolare hanno iniziato a riqualificare spazi, abitazioni e servizi, ma è sufficiente per migliorare la vita delle persone e generare un cambiamento profondo?
Credo di no. Perché Corviale è parte di un sistema più ampio. Se lo guardiamo da vicino vediamo un grande organismo architettonico: le abitazioni, i ballatoi, gli spazi collettivi, la piazza, i servizi. Basta però allontanarsi perché appaia qualcos’altro.
Intorno a Corviale c’è la campagna romana, con i suoi vuoti, i lembi agricoli e quella particolare continuità di paesaggio che sopravvive ai margini della città costruita. Ci sono le grandi direttrici che collegano Roma al mare e all’aeroporto, i quartieri cresciuti lungo di esse, le scuole, i servizi e le attrezzature sportive. Ma soprattutto c’è un territorio attraversato da relazioni: flussi quotidiani di persone e merci, economie locali e urbane, reti culturali, ecologiche e geografie sociali che mettono continuamente in contatto la città compatta con il paesaggio dell’Agro Romano e le micro-urbanità che lo caratterizzano. Corviale appartiene contemporaneamente a tutti questi sistemi, e nessuno di essi agisce isolatamente.
Ma queste relazioni sono ancora poco viste e poco progettate, risultando insufficienti per rigenerare veramente il quartiere e ricollegarlo in modo strutturale a Roma, svincolandolo da una visione periferica.
È forse qui che si trova la possibilità ancora inespressa di Corviale: Mario Fiorentino non aveva immaginato soltanto un grande complesso di edilizia pubblica, ma un organismo urbano capace di integrare abitazioni, servizi, commercio e spazi collettivi.
Oggi quella intuizione potrebbe essere estesa a una scala più grande. Non pensare più Corviale soltanto come un oggetto da riqualificare, ma come un nodo urbano capace di attivare nuove relazioni con il territorio che lo circonda.
Una nuova connessione di mobilità pubblica veloce può modificarne l’accessibilità; un grande parco urbano può mettere in relazione il quartiere con la campagna; una grande funzione culturale, collegata a questi interventi, può generare una nuova centralità, e quindi modificare flussi, usi e percezioni di un’intera parte della città.
DAL FRAMMENTO ALLA MATRICE
Se riprendiamo quota, quelle relazioni diventano progressivamente visibili.
Roma non appare più come una successione di parti autonome — il centro, la periferia, la campagna, le infrastrutture — e neppure come una semplice sovrapposizione di sistemi.
Appare come un insieme di sistemi in relazione: ogni sistema possiede una propria logica, ma agisce continuamente sugli altri. Si sovrappongono, si interrompono, entrano in tensione, si trasformano reciprocamente. Ed è proprio nelle loro interazioni che accade qualcosa di ulteriore.
Attivare relazioni significa agire sui diversi sistemi, collegare i diversi sistemi significa disegnare una matrice di trasformazione urbana.
Da questa prospettiva anche la forma di Roma assume un significato diverso. Roma cresce per frammenti, si interrompe, riparte altrove. Sovrappone epoche, funzioni e scale senza necessariamente risolverle; la contraddizione non è un incidente della città, è uno dei suoi materiali. Quello che vediamo è il risultato provvisorio di forze che agiscono contemporaneamente.
Per questo Roma non è un oggetto finito. È un sistema aperto, capace di assorbire trasformazioni senza smettere di essere sé stessa. E forse è proprio questa la questione centrale per il suo futuro.
Non limitarsi a intervenire sui singoli frammenti, ma comprendere quali relazioni possono essere attivate, rafforzate o trasformate affinché un intervento locale produca effetti a una scala più ampia. L’architettura, in questa prospettiva, non è un oggetto isolato, è un nodo della matrice.
Il gabbiano riprende il volo. Corviale torna lentamente a essere una linea nel paesaggio. Più lontano ricompaiono il Tevere, le infrastrutture, i quartieri, la campagna, le cupole. Non sono immagini separate: sono parti di una stessa forma.
Forse per cambiare Roma dobbiamo cominciare proprio da qui: cambiare il modo in cui la guardiamo.
LENS nasce dal desiderio di rimettere al centro curiosità e attenzione, per allargare il nostro sguardo sul mondo e continuare a parlare di bellezza e di ciò che accade, anche mentre il nostro ambiente — complesso e contaminato — sembra talvolta implodere.





