LENS #03
Galleria Borghese — Shape Culture
Roma oltre la conservazione
Un dialogo tra Susanna Tradati e Michele Molè sull’ampliamento della Galleria Borghese e sulla necessità di un progetto culturale per la Capitale
Susanna Tradati: Michele, qualche settimana fa ti ho provocato con una domanda nata dal dibattito sull’ampliamento della Galleria Borghese. Mi ha colpito che una questione così importante non abbia generato un confronto più ampio. Ciò che mi sorprende di più è la riduzione del dibattito a trasformazione contro conservazione, mentre avrebbe più senso ragionare su come può Roma passare da una cultura della conservazione a una cultura del dialogo tra patrimonio e contemporaneità, non pensi?
Michele Molè: Io credo che il problema sia ancora più profondo.
Roma continua a pensare che il patrimonio sia qualcosa da proteggere. Io credo invece che il patrimonio debba essere continuamente reinterpretato. La Roma che oggi ammiriamo non è nata dalla conservazione. È nata dalla trasformazione. Ogni epoca ha avuto il coraggio di lasciare una propria testimonianza, entrando in dialogo con quelle precedenti.
Se il Rinascimento avesse avuto paura dell’antico, o il Barocco del Rinascimento, oggi Roma sarebbe una città molto diversa. Per questo continuo a pensare che la vera tutela non coincida con l’immobilità.
La vera tutela consiste nel produrre qualità contemporanea.
Susanna Tradati: Eppure ho la sensazione che qualcosa stia cambiando. Il progetto per il Museo della Scienza, quello per il grande Maxxi, e poi iniziative come Open House, Videocittà, le nuove gallerie e fondazioni private…
Michele Molè: Anch’io vedo questi segnali. E li considero molto importanti.
Per la prima volta dopo molti anni Roma sembra tornare a investire nella cultura non soltanto come memoria, ma come leva di trasformazione urbana. Il problema è che siamo ancora all’inizio.
Sono segnali promettenti, ma ancora troppo embrionali e troppo isolati. Nascono spesso dalla visione di singole istituzioni o di singoli committenti. Non sono ancora parte di un progetto complessivo per la città.
Ed è proprio qui che Roma dovrebbe avere il coraggio di compiere un salto. Non basta avere alcuni ottimi luoghi della cultura. Bisogna costruire un sistema.
Se guardiamo ad altre metropoli, vediamo che questo passaggio è già avvenuto. Londra ha costruito negli ultimi decenni una rete culturale diffusa che va dalla Tate Modern al Southbank Centre, integrando musei, spazi pubblici e produzione contemporanea. Parigi ha saputo affiancare al proprio patrimonio storico nuovi poli a partire dal Centre Pompidou fino alla Fondation Louis Vuitton e alla Bourse, ridefinendo continuamente il proprio ruolo culturale.

Tate Modern London, Carsten Höller, Test Site 2006, photo © Tate
Roma potrebbe ispirarsi da queste esperienze, ma deve farlo a partire dalla propria identità.
Susanna Tradati: Questa riflessione mi riporta alle idee che abbiamo sviluppato per l’area di Torrespaccata, quando abbiamo iniziato a proporre a Cinecittà e all’Amministrazione il progetto di un sistema culturale integrato capace di rendere questo luogo vivo e riconoscibile durante tutto l’anno.
Michele Molè: Cinecittà rappresenta una risorsa straordinaria per Roma: un luogo conosciuto in tutto il mondo che, nonostante il suo valore simbolico e produttivo, non è ancora percepito come il cuore di una più ampia centralità culturale. Con questo progetto abbiamo cercato di partire proprio da Cinecittà per costruire intorno ad essa un ecosistema capace di mettere in relazione il Museo del Cinema e dell’Audiovisivo, l’Archivio dell’Istituto Luce, il Festival del Cinema di Roma, gli spazi pubblici e il paesaggio. L’idea era costruire identità attraverso la cultura e fare di Torrespaccata una nuova centralità urbana, una delle tante che mi auguro possano un giorno diventare realtà. Roma ha bisogno proprio di questo, di una geografia culturale composta da una rete di spazi distribuiti nella città, capaci di dialogare tra loro e di generare conoscenza, innovazione, qualità urbana e nuove relazioni. La cultura deve diventare un’infrastruttura urbana.
Susanna Tradati: Lo stesso vale forse anche per l’archeologia. Penso al dibattito sul sistema dei Fori Imperiali. Ho l’impressione che spesso patrimonio e contemporaneità vengano ancora presentati come due mondi contrapposti.
Michele Molè: È una contrapposizione che non condivido. L’archeologia è contemporanea. Lo è sempre stata. Ogni epoca ha reinterpretato ciò che aveva ereditato e ha costruito sopra nuove visioni.
Il problema nasce quando il patrimonio viene separato dalla vita della città. I Fori Imperiali non dovrebbero essere soltanto un luogo della memoria. Dovrebbero tornare a essere uno dei luoghi attraverso cui Roma racconta il proprio presente, diventando il punto di partenza di percorsi che attraversano il centro storico ma si estendono anche verso le aree archeologiche periferiche, connettendosi a nuovi musei e presidi culturali esterni al centro storico. La contemporaneità non impoverisce l’archeologia. Le restituisce significato.
Susanna Tradati: In questa prospettiva anche i concorsi di architettura assumono un ruolo centrale, non solo per fornire soluzioni concrete ma anche per alimentare un dibattito sul futuro della città.
Michele Molè: Assolutamente. Negli ultimi anni abbiamo partecipato ai principali concorsi che riguardavano il futuro di Roma. I concorsi dovrebbero essere il luogo in cui una città mette in discussione sé stessa. Il luogo in cui si confrontano visioni differenti del futuro. Roma ha bisogno di più concorsi. Ma soprattutto di concorsi che abbiano il coraggio di produrre cultura, prima ancora che graduatorie.
C’è bisogno di rimettere al centro la sperimentazione dei linguaggi della contemporaneità, superando quella diffusa sfiducia nella possibilità di produrre oggi architettura e cultura di qualità. Oggi il rischio è che la contemporaneità perda legittimità come espressione culturale del presente. Per questo è necessario costruire nuovi strumenti interpretativi, nuove lenti attraverso cui leggere il nostro tempo e riconoscerne il valore. Su questi temi esistono ancora molte resistenze. Per le Soprintendenze, ma anche per numerose istituzioni culturali, non è sempre semplice considerare il progetto contemporaneo come un’occasione di dialogo con la storia anziché come un elemento di contrapposizione. Proprio per questo è necessario aprire un confronto più ampio, capace di superare posizioni pregiudiziali e di riportare al centro una domanda fondamentale:
quale testimonianza del nostro tempo vogliamo lasciare alle generazioni future?
Susanna Tradati: Torniamo allora alla Galleria Borghese. Alla luce di tutto quello che ci siamo detti, come leggi quel concorso?
Michele Molè: Credo che intorno a questo progetto si giochi una partita molto più importante del semplice ampliamento della Galleria Borghese. Rendere il museo più fruibile è certamente necessario, ma la vera sfida è un’altra: dimostrare che anche il nostro tempo è capace di lasciare una testimonianza colta e consapevole, aggiungendo un nuovo strato alla lunga storia di Roma.
Per questo il concorso rappresenta un’occasione importante. Non soltanto per reinterpretare il ruolo della Galleria Borghese, ma anche per rafforzarne il rapporto con la città e rilanciare una riflessione più ampia sul futuro di Roma.
Susanna Tradati: Se dovessi sintetizzare in una frase la sfida di Roma, quale sarebbe?
Michele Molè: Ogni grande stagione della storia di Roma ha avuto il coraggio di lasciare una testimonianza del proprio tempo. La nostra responsabilità non è custodire soltanto quella eredità, ma continuare a costruirla. Perché una capitale culturale oggi deve continuare a produrre contemporaneità.
LENS nasce dal desiderio di rimettere al centro curiosità e attenzione, per allargare il nostro sguardo sul mondo e continuare a parlare di bellezza e di ciò che accade, anche mentre il nostro ambiente — complesso e contaminato — sembra talvolta implodere.







